Prodotti certificati
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18 Mar |
creato da pierluigitraversa
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18/03/2008 14:39
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E' quasi tempo di chiusura della settimana del commercio equo in Gran Bretagna. In quel paese il 2007 è stato decisamente l'anno dei prodotti certificati Fairtrade (meno quello delle organizzazioni di commercio equo...). Il volume delle vendite di prodotti certificati Fairtrade ha infatti raggiunto quasi i 500 milioni di sterline (circa 650 milioni di Euro). In Italia le vendite sono state solo poco più di 100 milioni di Euro.
La grande differenza, oltre ai volumi mossi, è data dal modello: grandi organizzazioni profit che certificano linee prodotti attraverso Fairtrade UK in Gran Bretagna, organizzazioni non profit come Ctm altromercato ancora prevalenti in Italia (anche se le nuove linee di prodotti certficati da Auchan, Lidl, Dico) fanno presumere a breve un sorpasso dei prodotti certificati.
Non è detto che i due approcci siano antitetici, anzi. Entrambi hanno vantaggi e svantaggi evidenti.
Come in Italia si dibatte sul ruolo delle centrali di importazione e delle botteghe allo stesso tempo in Gran Bretagna si parla di dove sta andando il commercio equo e solidale in mano alle grandi multinazionali. Ecco un esempio di un articolo apparso su un quotidiano nazionale (The Guardian). Ritorneremo sull'argomento.
Unfair trade status
Alex Singleton
It's currently Fairtrade Fortnight, and each year the organisers announce at least one major win for its ethical trading scheme. This year's big announcement is that all retail sugar sold by Tate & Lyle will become Fairtrade-Foundation certified. The decision has been widely welcomed. But having researched how the sugar market works, I'm left dumbfounded.
Tate & Lyle may be able to buy an ethical halo, but that does not stop its profits and market dominance benefiting rather heavily from unfair trade rules. According to farmsubsidy.org, it is Britain's biggest beneficiary of agricultural subsidies, raking in nearly €200m a year of taxpayers' money. "There is clearly something wrong," says Matthew Elliott, chief executive of the TaxPayers' Alliance, "when families and pensioners are paying taxes so that huge firms like Tate & Lyle can be subsidised."
Distorting trade rules are forcing consumers to pay higher prices in the supermarkets, too. Tate & Lyle's producers receive tariff-free access into EU markets through the so-called "Everything but arms" agreement, but lower-cost producers like Brazil and Thailand face duties of €33.90 per 100kg of cane sugar imported.
That massively restricts competition, and it stops producers in emerging countries from climbing up the economic ladder by supplying refined, packaged and branded products in UK supermarkets. Labour MP Doug Henderson has been particularly critical of the current "duopoly" enjoyed by Tate & Lyle and British Sugar. In a House of Commons speech, he criticised these companies' stranglehold, pointing out that they had already "been fined by the European Union on a number of occasions for anti-competitive price-fixing policies."
Since EU regulators seem ineffective at introducing competition, what can be done? Ironically, this is one of those areas where Fairtrade could have played a useful role. It could have highlighted the injustice of all the corporate welfare and protection given to Tate & Lyle, by giving its mark to excluded producers and by campaigning against sugar subsidies. But in its quest to "scale up" the idea of fair trade, it seems willing to accept dominant players without fully thinking through the consequences.
Giving fair trade status to a company that so massively benefits from unfair trade rules is perhaps not surprising. "Time and time again," says Marc Sidwell of the Adam Smith Institute, "the scheme claims to promote fairness while making excluded producers even worse off."
Certification schemes can be an important help for consumers. They help us make informed choices in the supermarket. But for those schemes to remain relevant, they have to be true to their claims. At a time when the fair trade scheme is coming under increasing scrutiny, it seems to me that Fairtrade is failing to provide a meaningful standard of fairness. Certainly some Thai and Brazilian producers will find the scheme's conception of fair trade sugar leaves a very bitter aftertaste.
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Prodotti certificati
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26 Mar |
creato da pierluigitraversa
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26/03/2008 14:47
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La certificazione dei prodotti è il nuovo fenomeno mondiale. Sono ormai lontani i tempi della certificazione di qualità, o di sicurezza di un prodotto. Gli oggetti della certificazione si spostano nella sfera dei valori: biologico, ecologico, a risparmio energetico, equo solidale.
Le certificazioni vanno viste anche come un fenomeno di marketing: le ricerche di mercato dicono che la fiducia nei brand da anni, e salvo poche eccezioni, è in deciso declino. E quindi se il mercato non si fida del brand che commercializza un prodotto ha successo un certificatore, un soggetto terzo ed indipendente.
Come dicevo, il trend è in decisa ascesa (strettamente correlato alla sfiducia nei marchi delle multinazionali).
Nel commercio equo e solidale la certificazione di prodotto fino ad oggi è stata gestita dai diversi organismi creati nelle realà nazionali e collegati internazionalmente a FLO (Fairtrade Labelling Organization). Tuttavia negli ultimi mesi il successo dei prodotti del commercio equo ha portato alla nascita di un mercato competitivo delle certificazioni. Una delle prime proposte alternative è stata quella di IMO, che nel 2006 ha introdotto la certificazione "Fair for Life". Questa certificazione riguarda anche prodotti non alimentari. Ultima arrivata in Italia è invece la certificazione di Bioagricert, certificatore del biologico.
Lo scenario è vivo e complesso. Ma dal nostro punto di vista: che cosa significa certificare un prodotto come equo solidale? E' questo lo spirito dei tempi attuale, per cui un prodotto si dice equo solidale se rispetta alcuni standard che vengono certificati da un soggetto terzo?
Anche su questo, torneremo ad approfondire.
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Prodotti certificati
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08 Apr |
creato da pierluigitraversa
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08/04/2008 07:37
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La notizia è di quelle che cambiano gli scenari: Wal-mart, il gigante della distribuzione commerciale americana, famosissimo per i bassi prezzi e la bassa qualità dei prodotti, ha deciso di lanciare una nuova linea di 6 caffè: 3 certificati Fairtrade (House Blend, Espresso Roast e French Roast...) due certificati Rainforest Alliance ed un decaffeinato bio.
Di particolare interesse è il fatto che la tostatura venga fatta in Brasile da un'azienda, Cafe Bom Dia, certificata come a zero emissioni.
Sono cominciate già le discussioni se Wal-mart, multinazionale tra le più criticate per le condizioni di lavoro dei propri lavoratori e di quelli dei terzisti dove si forniscono dei prodotti, possa vendere dei prodotti Fairtrade. Non credo sia solo quello il problema. E' evidente la scelta di Transfair USA (come della Fairtrade Foundation in Gran Bretagna) di guardare unicamente al rispetto degli standard per i produttori nel sud del mondo. Se sia una scelta giusta o meno dipende dalle proprie posizioni ideologiche. Tuttavia l'interesse di Wal-mart per la sostenibilità sociale ed ambientale di sicuro è destinato ad avere un forte impatto sul mercato del consumo responsabile. Se sia positivo o negativo lo possiamo affermare tra un po' di tempo, non ci resta che avere pazienza.
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Prodotti certificati
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15 Jul |
creato da ptraversa
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15/07/2008 19:27
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È sempre viva in diversi contesti culturali, in particolare in quello anglosassone, la discussione su quale futuro per il Fair trade. A prescindere dal merito, che si parli di commercio equo e solidale è sempre positivo e nel caso degli Stati Uniti e della Gran Bretagna la discussione in corso dà il senso del successo in questi mesi dei prodotti certificati “Fairtrade”.
Un articolo di qualche giorno fa su Business Week fotografa egregiamente uno dei punti di discussione a mio parere più interessanti. Come riporta provocatoriamente il titolo: “Is Fair Trade becoming ‘Fair trade lite’?” Tradotto potrebbe essere: il Fair Trade si sta modificando in una sua versione leggera (o senza cafferina, o con meno zuccheri dell’originale, come succede a certe bevande)?
Con molto equilibrio anglosassone il giornale riporta i termini della questione e le voci pro e contro sulle ultime tendenze del Fair trade.
Tutto nasce dalle modifiche in corso negli ultimi mesi dovute al fatto che grandi imprese multinazionali come Wal-mart (il gigante della distribuzione di cui abbiamo già parlato a proposito della nuova linea di caffè) o Procter & Gable, che magari pochi conoscono direttamente, ma che possiede famosissimi marchi come Dash, Ace, Duracell, Hugo Boss, Pantene, Mastro Lindo, hanno deciso di introdurre loro prodotti certificati Fairtrade.
Qual è il problema? In teoria potrebbe essere un segnale molto positivo per i produttori del Sud del mondo, per i quali si aprono enormi prospettive di crescita. Tuttavia, come si riporta nell’articolo, il possibile rovescio della medaglia è che l’intera idea base del Fair trade, quella del sostegno allo sviluppo di piccoli produttori marginalizzati dalle dinamiche del commercio internazionale, venga di fatto deformata a favore di grandi produttori, gli unici in grado di servire da un punto di vista quantitativo clienti così grandi, e che i beneficiari del Fair Trade siano quindi alla fine le stesse grandi organizzazioni (i possessori di piantagioni) che prosperano nel vecchio sistema.
Per inciso, anche in Italia, da oltre 10 anni, e cioè da quando il commercio equo e solidale è presente nella grande distribuzione, si discute e spesso si critica la perdita di idealità del movimento e dei suoi valori. Tuttavia lo si fa da un assunto diverso, ideologico, e cioè che il commercio equo e solidale è alternativo per valori alla grande distribuzione e mai si dovrebbe contaminare con essa.
In questo caso ciò che si critica (a mio parere più propriamente) sono le modifiche strutturali necessarie nel sistema per poter lavorare con una grande impresa, la necessità di avere come fornitori di tè, banane, fiori, non piccoli produttori riuniti in forma cooperativa, ma grandi proprietari, spesso multinazionali, in possesso di vere e proprie piantagioni, le uniche in grado di fornire le grandi quantità necessarie. Modifiche tali da snaturare gli scopi del commercio equo e solidale (il sostegno ai piccoli produttori del Sud del mondo).
Business Week porta come esempio il fatto che molti dei fiori, delle banane e del tè che vengono oggi venduti da Wal-mart provengono appunto da grandi piantagioni di Ecuador e Colombia. “Le grandi imprese vogliono continuare a lavorare con produttori di massa come le piantagioni piuttosto che prendere la strada più difficile, quella di identificare dei piccoli produttori e comperare da loro” riporta Carmen Iezzi, Direttore Generale di Fair Trade Federation, organizzazione americana.
Anche soggetti come Equal Exchange, organizzazione di commercio equo simile ad Altromercato, temono che il certificare prodotti provenienti da grandi piantagioni sia una pratica sbagliata e ironicamente la definiscono di “Fair trade lite”.
Parte del problema è legata al fatto che è difficile stabilire gli stessi standard per tutti i prodotti. Per esempio, mentre oltre il 50% del caffè viene prodotto da piccoli agricoltori, la maggior parte del tè e dei fiori provengono da grandi piantagioni, sarebbe impossibile pensare di produrre grandi quantità.
E tuttavia i critici della direzione presa dai prodotti certificati Fair trade indicano come non sia lo stesso certificare Fair trade banane provenienti da piccoli produttori indipendenti e banane provenienti da piantagioni controllate da Dole o Del Monte, come avviene attualmente. Non è un caso, come riporta l’articolo, che nessuna delle piantagioni della Colombia da cui provengono i fiori certificati Fair trade utilizzi lavoratori iscritti ad un sindacato.
La discussione è destinata a durare a lungo. Non tutti la pensano alla stessa maniera, nemmeno tra le organizzazioni che appartengono a FLO (Fairtrade Labelling Organization), l’organismo che riunisce a livello mondiale gli schemi di certificazione nazionale. Da un lato, chi è a favore sostiene il vantaggio di estendere comunque dei diritti di base ad un’ampia fascia di realtà, come appunto le piantagioni ed i lavoratori che vi sono impiegati, che altrimenti resterebbero emarginati dalla possibilità del commercio equo e solidale. Dall’altro, chi è contrario sostiene che certificare equosolidale una piantagione di proprietà di una multinazionale significa snaturare completamente gli obiettivi di costruzione di un modello diverso di relazione commerciale con i produttori. Di fatto si rientrerebbe nella certificazione etica delle imprese. O nel fair trade lite.
Nei prossimi mesi sarà necessario definire una nuova e più precisa visione di un commercio equo e solidale che per fortuna cresce, ma che si trova ad affrontare nuove sfide sul piano del senso e dei significati, potenzialmente molto pericolose per la sua identità.
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