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Re:Il commercio equo e solidale diventa "leggero"?
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5183
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14/02/2010 18:52
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Salve Pierluigi, sono Massimiiano, presidente di Altrove di Arese-Bollate. Ho letto l'ultimo post e l'ho trovato molto interessante. Oltre che ben scritto, è comunicativo. Come ho scritto a Giorgio Dal Fiume, sto prendendo confidenza con i servizi telefmatici ed informativi del consorzio, troppo sottovalutati sino ad oggi dal sottoscritto.
Apprezzo molto i temi selezionati e li trovo ottimi spunti di riflessione e formativi. Credo che il blog dovrebbe essere quindi maggiormente valorizzato tra i soci. Segnalandolo sul magazine cartaceo e orizzonti. In altre parole trovo motificante che non ci siano molti commenti agli articoli
Rispetto all'articolo in questioni il tema è complesso solo in apparenza: se un grosso gruppo industriale certifica (giustamente per la propria logica di business) alcune delle proprie referenze è giusto che abbia il bollino "fair". Ma è giusto che il consumatore sabbia che si tratta di un "fair" per gdo. Oggi il biologico in Gdo e il biologico nella filiera corta è differente per qualità. In entrambi i casi è chiaro che la certificazione dovrebbe specificare alcuni elementi che contraddistinguono la differente storia produttiva e qualitativa del prodotto.
Poi il cliente sceglie.
A queste condizioni è positivo che la grossa industria di contagi di fair trade, altrimenti è una elaborata operazione di comunicazione e non una parziale conversione produttiva.
Saluti
Massimiliano -
Re:Il commercio equo e solidale diventa "leggero"?
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matitappuntita
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01/09/2008 17:29
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Salve Pierluigi. Sono socia della bottega di Napoli. Sono colombiana e da tre mesi sono tornata per restare per un bel po'. Qui si sa poco del commercio equo, si conosce di piú la versione spagnola, stiamo assistendo ad una seconda colonizzazione spagnola per non parlare di carrefour che sta facendo saltare gli imprenditori colombiani. L'anno scorso nella cittá di Cartagena si 'e tenuto un convegno sul commercio equo a prezzi da grido in posti assurdi. Logicamente gli assitenti sono stati solo imprenditori. A breve cominceró a lavorare per una ditta che coltiva fiori. I fiori sono il settimo prodotto licito di esportazione della Colombia. Il primo petroleo. Non tutti i produttori sono esportatori. Che io sappia esiste una sola cooperativa di coltivatori di fiori. Mi interesserebbe leggere gli interessanti articoli della stampa anglosassone di cui scrivi. Non mi 'e chiaro chi ha concesso ai produttori colombiani il marchio equo solidale. Vorrei andare in profonditá. In questi giorni sto partecipando alla nascita di una fondazione con altri disegnatori industriali rivolta a progetti di agroindustria e supporto ad artigiani e contadini. Mi sa che ti leggeró con particolare attenzione. Saluti freschi dalla Ande.
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Re:a firenze un' azienda impegnata nel biologico
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michelegassi
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29/08/2008 13:23
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A Firenze la Mokaflor (http://www.mokaflor.it) esistente dal 1952 ha scelto di credere in un possibile mondo migliore, con le certificazione FLO Fair trade e la collaborazione con COSPE;
ha scelto di offrire caffé da coltivazioni biologica, con certificazione QC & I proposti nella linea BIO-NATURE.
Michele Gassi -
Re:Commercio equo e solidale in Italia: un problema di marketing?
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renata
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27/06/2008 15:26
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E' ora di smettere di chiedere scusa se proponiamo un prodotto, se vendiamo qualcosa...mi sembra che questo sia l'atteggiamento che ancora permea l'azione di molti volontari in bottega, almeno per quello che è la mia esperienza. C'è come l'idea che il comes sia portatore di valori talmente "alti" da non potersi calare nella realtà e "sporcarsi" con la vendita, la pubblicità, il marketing.
...penso che se i nostri partner del Sud conoscessero la situazione ci darebbero una bella strigliata.
Diamoci una mossa, perchè se non vendiamo qua non si fa fatturato, e se non ci sono soldi non si combina niente. E i valori che non si realizzano, magari imperfettamente e parzialmente, contano ben poco. -
Italia caso strano
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Compa
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12/06/2008 08:43
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Ci siamo dimenticati che in Italia, l'informazione non fa passare certe idee e messaggi. Questo influisce molto nella strategia di marketing. Io non punterei molto negli spot pubblicitari, perchè sono solo costi che poi fanno aumentare il prezzo dei prodotti. Punterei sul inserire i temi del commercio equo nelle trasmissioni televisive, nei dibattiti e anche (perchè no?) nelle tramissioni politiche. Infondo il commercio equo-solidale punta a compensare delle falle che la politica, internazionale e locale, a volte a causato e a volte non sa come affrontare.
In quanto alla crescita, ricordo quando Altromercato è venuto a parlare all'Università di Verona e mi ha molto colpito sapere che l'obiettivo è quello di scomparire! Infatti si deve crescere a tal punto da cambiare le altre imprese, cioè a far capire che per conquistare la fetta sempre più crescente di consumatori etici è necessario diventare impresa etica. Una volta che tante imprese saranno etiche, non ci sarà più bisogno di chiamarsi ALTRO-mercato perchè ALTRO sarà la maggioranza. -
Re:Commercio equo solidale oppure spesa a chilometri zero?
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alberto_marzetta
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11/06/2008 11:56
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essendo completamente daccordo con l'approccio di questo articolo, mirato alla sintesi e non alla divisione di chi compie un opera di giustizia e di dignità, mi sono permesso di citare l'articolo e te, pierluigi, in questo mio articolo pubblicato sul sito che gestisco e che si occupa di sostenibilità in senso lato.
questo l'articolo: http://www.yeslife.it/Per-ogni-gusto-la-scelta-giusta
a rileggerti presto,
ciao -
Re:Con chi si deve relazionare il commercio equo e solidale?
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sarap81s
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23/05/2008 00:45
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Interessante. Quali possono essere i nuovi strumenti per misurare gli impatti ambientali e sociali a breve e medio termine dei due modelli?
L'impresa sociale persegue per definizione scopi a partire da valori e da persone che li condividono: misurare quanto sia il tasso tollerabile del discostamento dai valori è difficile, forse impossibile. L'impresa tradizionale persegue per definizione risultati economici considerando le altre dimensioni umane come marginalità residuali o al più risorse funzionali ai risultati economici. Passa giorno per giorno un modello sociale fondato sulla quantità e la misurazione di produzione e vednita piuttosto che sulla relazione. E' male? E' bene? Andiamo tutti a lavorare a Google? -
Re:In Gran Bretagna si è conclusa la settimana del commercio equo
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sarap81s
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23/05/2008 00:04
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Certificare il processo produttivo al Sud e disinteressarsi di importatori e distributori è complementare a certificare il produttore, l'importatore e il distributore. La questione è distinguere, il problema è che chi supporta la certificazione di prodotto si inserisce bene in un modello di distribuzione e marketing già funzionante e potente: bene! Chi rivendica una diversità organizzativa ha l'onere di essere veramente impresa sociale e di essere in grado di dimostrarlo a partire da un contesto legislativo e culturale non sempre favorevole (per non parlare delle risorse!).
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Re:Wal-mart lancia una linea di caffé fairtrade
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sarap81s
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23/05/2008 01:51
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Prima di pensare ai lavoratori di Wal Mart. Quali sono le condizioni dei circa 700 lavoratori (contrattuali e retributive) delle organizzazioni di commercio equo e solidale in Italia?
Ben venga la concorrenza che porta più ricchezza ai produttori e stimola tutti gli attori veramente equi del Nord del mondo ad espandere il commercio equo e solidale. -
Re:Arrivano nuove certificazioni equo solidali
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sarap81s
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23/05/2008 01:42
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La certificazione costa, sia se fatta da terzi che internamente: l'accuratezza dipende dal tempo impiegato,dai soldi investiti e dalla chiarezza del modello di riferimento (vedi SA8000), mentre l'autonomia è sempre relativa. Certamente un mercato di differenti certifiatori equi, bio, eco e di qualsiasi altra cosa favorisce l'acquisizione di standard condivisi significativi e riduce la possibilità di connivenze più o meno esplicite.
IFAT e Agices sono in grado di fornire standard di riferimento chiari, condivisibili e verificabili? L'autocertificazione e la certificazione reciproca (i primi due step) si fondano sulla fiducia e sulla conoscenza reciproca, insomma sulla fiducia, un valore nobile su cui in teoria si fonda anche il mercato. Ma questo inteerssa al consumatore? Sembra un po' troppo autoreferenziale e poco comunicabile. Il terzo step, la certificazione esterna, viene mai raggiunto? Forse gli standard non sono chiari e non vi è accordo internazionale, anche perchè sembra che la questione interessi "molto" in Italia e molto meno all'estero, anche all'interno del commercio equo e solidale.