Abituarsi alla guerra non significa per tutti la stessa cosa. Per chi la vive in prima persona, vuol dire dimenticare l’esistenza di una realtà diversa e migliore, in cui identità e libertà sono le fondamenta della convivenza tra i popoli, non idee lontane e rischiose da reclamare. Chi osserva la guerra da lontano, invece, abituandosi alle notizie drammatiche rischia di dimenticare chi sono le vittime, e togliere umanità ai morti quanto ai vivi.

palestina-aowa-donna

In Cisgiordania, una regione contesa tra Palestina e Israele, esiste un campo profughi palestinese grande meno di mezzo chilometro quadrato: prende il nome della città più vicina, Jenin, ma è esso stesso una città, in cui vivono circa 14mila persone. Fondato nel 1953, da tempo le tende sono state sostituite da case, ospedali e altri edifici. Durante la seconda Intifada, la rivolta palestinese durata dal 2000 al 2005, è stato teatro di una violenta battaglia tra truppe israeliane e combattenti palestinesi, e da quel momento le operazioni militari israeliane in questa zona non sono mai terminate. Secondo la testimonianza di AOWA, dopo il 7 ottobre la situazione nel campo profughi di Jenin è peggiorata e le attività quotidiane sono state fortemente condizionate dai raid e dalle operazioni militari.

Alcuni saponi che fanno pare della linea di cosmetici Natyr Altromercato sono prodotti proprio qui, dalle artigiane di AOWA – Association of Women’s Action for Training & Rehabilitation. Attraverso la nostra collaborazione, sosteniamo l’empowerment femminile nei territori implicati nel conflitto israelo-palestinese.
Grazie a questo legame, le donne palestinesi hanno accettato di raccontarci com’è cambiata la loro vita dal 7 ottobre 2023, quando la storia del Medio Oriente è entrata in una nuova fase, raggiungendo nuovi livelli di violenza e crisi umanitaria.

lavoratrice palestinese in un campo

Come è cambiata la situazione nel campo profughi dopo il 7 ottobre?

Le conseguenze dell’occupazione israeliana si abbattono su di noi già da molti anni, tutte le donne palestinesi soffrono la repressione quotidiana e la pulizia etnica. La situazione è rapidamente peggiorata dall’inizio della guerra genocida nella Striscia di Gaza, soprattutto a livello socioeconomico e psicologico. Secondo la testimonianza raccolta, il lavoro e la produzione di sapone restano una fonte di reddito importante per molte famiglie coinvolte. Nella testimonianza si riferiscono aumento della disoccupazione e forte riduzione del potere d’acquisto a Jenin.

donna in Palestina progetto Felcos

Come state vivendo questo momento?

Secondo la testimonianza raccolta, il senso di sicurezza delle intervistate è fortemente diminuito a causa dei raid e degli arresti descritti. La madre in Palestina, come altre madri nel mondo, lavora per crescere i suoi figli in una famiglia accogliente e sicura. Con l’arrivo della guerra genocida nella Striscia di Gaza ciò non è più possibile, la nostra sicurezza è stata minata: le donne nel campo profughi sono state private dei loro cari e sono state sfollate dalle loro case, bombardate o danneggiate dai militari con le loro incursioni. Siamo diventate madri, mogli e sorelle di feriti e martiri. Le intervistate raccontano di non riuscire più a mantenere condizioni di vita e accesso alle cure adeguati a causa della crisi e delle difficoltà dei servizi sanitari. Secondo quanto riferito nell’intervista, dal 2021 si sono verificate trattenute o ritardi nel trasferimento di entrate fiscali destinate all’Autorità Palestinese. Secondo la testimonianza, queste difficoltà hanno inciso sul pagamento degli stipendi dei dipendenti pubblici, in alcuni periodi corrisposti solo parzialmente.Pertanto, negli ospedali e nei centri medici i dipendenti lavorano a ritmo ridotto, e le attrezzature e i materiali medici scarseggiano.

Cosa significa per voi continuare a produrre sapone a Jenin?

I capifamiglia palestinesi sono stati uccisi o messi in prigione, perciò oggi le responsabilità per noi sono raddoppiate. Contemporaneamente, i bisogni e le pressioni sociali sono triplicati: le risorse scarseggiano, non vediamo una soluzione all’orizzonte, la disoccupazione e la povertà sono diffuse in tutti i ceti palestinesi. Per le donne intervistate, la produzione di sapone resta una delle poche possibilità di sostentamento disponibili in questo contesto. Le intervistate spiegano l’imortanza di continuare a lavorare per contribuire al sostentamento delle proprie famiglie e mantenere un ruolo economico e sociale nella comunità.