Tra i diversi progetti Made in Dignity avviati, il Sustainable Development Program ideato insieme a Loacker intende favorire la sostenibilità economica, ambientale e sociale di tanti piccoli produttori di cacao della provincia di Manabì, in Ecuador. Seguite in loco da Maquita, organizzazione con cui collaboriamo, per cinque anni diverse comunità vengono supportate nel miglioramento delle loro attività produttive e della qualità del cacao, al fine di diventare maggiormente autonome e indipendenti dagli intermediari. 

Abbiamo chiesto a Wanda Hager, Board Member and Managing Director Agriculture & Procurement per Loacker, di raccontarci com’è nato questo progetto, come sta evolvendo e quali sono le prospettive future per le filiere agroalimentari sostenibili. 

Tra i diversi progetti Made in Dignity avviati, il Sustainable Development Program ideato insieme a Loacker intende favorire la sostenibilità economica, ambientale e sociale di tanti piccoli produttori di cacao della provincia di Manabì, in Ecuador. Seguite in loco da Maquita, organizzazione con cui collaboriamo, per cinque anni diverse comunità vengono supportate nel miglioramento delle loro attività produttive e della qualità del cacao, al fine di diventare maggiormente autonome e indipendenti dagli intermediari. 

Abbiamo chiesto a Wanda Hager, Board Member and Managing Director Agriculture & Procurement per Loacker, di raccontarci com’è nato questo progetto, come sta evolvendo e quali sono le prospettive future per le filiere agroalimentari sostenibili. 

Come vi siete avvicinati ad Altromercato e che cosa vi ha convinti del nostro modello di filiera etica ed equosolidale Made in Dignity? 

La spinta verso la naturalità e la sostenibilità è sempre stata nel DNA di Loacker, ma qualche anno fa abbiamo analizzato in modo approfondito le filiere delle nostre materie prime strategiche, chiedendoci dove potessimo migliorare non solo da un punto di vista economico o di approvvigionamento, ma anche da un punto di vista sociale, etico e di sostenibilità. Quando abbiamo deciso che nella filiera del cacao, per la produzione dei nostri cioccolati, dovevamo partire direttamente dalla fava e non dalla massa, ci siamo trovati di fronte a una serie di questioni, ad esempio con chi coltivare e come assicurarci che le fave fossero effettivamente prodotte in modo sostenibile. Soprattutto ci era chiara l’esigenza di trovare un partner che ci permettesse di avere il controllo della provenienza delle materie prime e delle modalità di coltivazione, e con il quale costruire un progetto di sviluppo che avesse un’impronta di sostenibilità sociale, non solo ambientale. 

Abbiamo scelto Altromercato per due motivi fondamentali: innanzitutto per Made in Dignity, e quindi per l’adozione di un protocollo chiaro, nel quale la dignità dell’individuo e delle comunità è sempre al centro; il secondo aspetto è l’opportunità di andare ad analizzare con un ente terzo i bisogni reali e concreti delle comunità locali. Questo è un importante punto di distinzione rispetto ad altre realtà che propongono progetti di sviluppo sostenibile preconfezionati. Il fatto di avere un ente terzo, nel nostro caso Arco dell’Università di Firenze, che poteva fare una need analysis per noi e poi la possibilità di personalizzare il programma per le comunità scelte in Ecuador, ci ha dato la sensazione che veramente potessimo portare un valore aggiunto.

Come vi siete avvicinati ad Altromercato e che cosa vi ha convinti del nostro modello di filiera etica ed equosolidale Made in Dignity? 

La spinta verso la naturalità e la sostenibilità è sempre stata nel DNA di Loacker, ma qualche anno fa abbiamo analizzato in modo approfondito le filiere delle nostre materie prime strategiche, chiedendoci dove potessimo migliorare non solo da un punto di vista economico o di approvvigionamento, ma anche da un punto di vista sociale, etico e di sostenibilità. Quando abbiamo deciso che nella filiera del cacao, per la produzione dei nostri cioccolati, dovevamo partire direttamente dalla fava e non dalla massa, ci siamo trovati di fronte a una serie di questioni, ad esempio con chi coltivare e come assicurarci che le fave fossero effettivamente prodotte in modo sostenibile. Soprattutto ci era chiara l’esigenza di trovare un partner che ci permettesse di avere il controllo della provenienza delle materie prime e delle modalità di coltivazione, e con il quale costruire un progetto di sviluppo che avesse un’impronta di sostenibilità sociale, non solo ambientale. 

Abbiamo scelto Altromercato per due motivi fondamentali: innanzitutto per Made in Dignity, e quindi per l’adozione di un protocollo chiaro, nel quale la dignità dell’individuo e delle comunità è sempre al centro; il secondo aspetto è l’opportunità di andare ad analizzare con un ente terzo i bisogni reali e concreti delle comunità locali. Questo è un importante punto di distinzione rispetto ad altre realtà che propongono progetti di sviluppo sostenibile preconfezionati. Il fatto di avere un ente terzo, nel nostro caso Arco dell’Università di Firenze, che poteva fare una need analysis per noi e poi la possibilità di personalizzare il programma per le comunità scelte in Ecuador, ci ha dato la sensazione che veramente potessimo portare un valore aggiunto.

Com’è nato il progetto in Ecuador con Maquita? Quali sono stati gli step concreti per costruire una progettualità a lungo termine?

Dopo la need analysis che ha identificato i bisogni dei produttori di Maquita, organizzazione di riferimento in Ecuador, noi stessi siamo andati a visitare le comunità. Abbiamo parlato con la gente e ascoltato le necessità comunitarie e di produzione: qualcuno ci ha raccontato di avere difficoltà nel raggiungere il primo centro di raccolta o di fermentazione per mancanza di strade adeguate, qualcun altro ci ha guidato attraverso piantagioni molto vecchie, sottolineando il bisogno di rinnovamento. Tornati in Italia, tra le varie tipologie di progetti abbiamo scelto quella che andava bene anche per noi di Loacker. Abbiamo puntato sul miglioramento della qualità del prodotto, sullo sviluppo di buone pratiche agricole e sul rinnovo delle piantagioni, ma anche sulla fase di post raccolta e di fermentazione. Il nostro obiettivo era fare in modo che, anche una volta terminato il progetto con noi, quei campesinos avessero una fonte di reddito e sapessero essere autonomi nell’attività, migliorando, con l’aumento della qualità del prodotto e della resa per ettaro, anche le proprie condizioni economiche. Abbiamo così stabilito quali fossero i punti che volevamo finanziare, oltre all’acquisto del cacao, il budget da stanziare e stilato un piano di progetto sui 5 anni.

Com’è nato il progetto in Ecuador con Maquita? Quali sono stati gli step concreti per costruire una progettualità a lungo termine?

Dopo la need analysis che ha identificato i bisogni dei produttori di Maquita, organizzazione di riferimento in Ecuador, noi stessi siamo andati a visitare le comunità. Abbiamo parlato con la gente e ascoltato le necessità comunitarie e di produzione: qualcuno ci ha raccontato di avere difficoltà nel raggiungere il primo centro di raccolta o di fermentazione per mancanza di strade adeguate, qualcun altro ci ha guidato attraverso piantagioni molto vecchie, sottolineando il bisogno di rinnovamento. Tornati in Italia, tra le varie tipologie di progetti abbiamo scelto quella che andava bene anche per noi di Loacker. Abbiamo puntato sul miglioramento della qualità del prodotto, sullo sviluppo di buone pratiche agricole e sul rinnovo delle piantagioni, ma anche sulla fase di post raccolta e di fermentazione. Il nostro obiettivo era fare in modo che, anche una volta terminato il progetto con noi, quei campesinos avessero una fonte di reddito e sapessero essere autonomi nell’attività, migliorando, con l’aumento della qualità del prodotto e della resa per ettaro, anche le proprie condizioni economiche. Abbiamo così stabilito quali fossero i punti che volevamo finanziare, oltre all’acquisto del cacao, il budget da stanziare e stilato un piano di progetto sui 5 anni.

Come sta avanzando il progetto in questi anni?

All’interno del progetto Made in Dignity abbiamo una partecipazione molto attiva. Andiamo una volta all’anno in Ecuador per vedere lo stato di avanzamento del progetto e parlare con le persone. Anche quando non ci siamo fisicamente abbiamo riunioni di allineamento con Maquita e con Altromercato e riceviamo report dettagliati sui KPI definiti all’inizio del progetto. Al momento abbiamo già formato 260 persone e soprattutto gli 8 train the trainer, ovvero le persone che faranno da consulenti e da supporto per le comunità dal punto di vista agronomico. Abbiamo notato, inoltre, che lavorando sull’aspetto dei trattamenti fitosanitari c’è un miglioramento della qualità del prodotto, oltre che della qualità ambientale e della vita stessa. 

Per quanto riguarda le tempistiche, il piano di progetto ha subito un piccolo rallentamento a causa del Covid, dovuto anche alla nostra risposta alle esigenze delle comunità con cui stiamo lavorando. Quando abbiamo saputo tramite Maquita e Altromercato delle loro difficoltà durante la pandemia, ci siamo chiesti: è più importante fare sourcing di cacao o aiutarli? Così abbiamo utilizzato una parte del budget per il progetto per acquistare dispositivi di protezione personale, tamponi, disinfettanti ecc. e abbiamo inoltre fatto una donazione aggiuntiva. È proprio questo che si intende dicendo che un progetto Made in Dignity non è preconfezionato, ma ascolta i bisogni delle popolazioni.

Come sta avanzando il progetto in questi anni?

All’interno del progetto Made in Dignity abbiamo una partecipazione molto attiva. Andiamo una volta all’anno in Ecuador per vedere lo stato di avanzamento del progetto e parlare con le persone. Anche quando non ci siamo fisicamente abbiamo riunioni di allineamento con Maquita e con Altromercato e riceviamo report dettagliati sui KPI definiti all’inizio del progetto. Al momento abbiamo già formato 260 persone e soprattutto gli 8 train the trainer, ovvero le persone che faranno da consulenti e da supporto per le comunità dal punto di vista agronomico. Abbiamo notato, inoltre, che lavorando sull’aspetto dei trattamenti fitosanitari c’è un miglioramento della qualità del prodotto, oltre che della qualità ambientale e della vita stessa. 

Per quanto riguarda le tempistiche, il piano di progetto ha subito un piccolo rallentamento a causa del Covid, dovuto anche alla nostra risposta alle esigenze delle comunità con cui stiamo lavorando. Quando abbiamo saputo tramite Maquita e Altromercato delle loro difficoltà durante la pandemia, ci siamo chiesti: è più importante fare sourcing di cacao o aiutarli? Così abbiamo utilizzato una parte del budget per il progetto per acquistare dispositivi di protezione personale, tamponi, disinfettanti ecc. e abbiamo inoltre fatto una donazione aggiuntiva. È proprio questo che si intende dicendo che un progetto Made in Dignity non è preconfezionato, ma ascolta i bisogni delle popolazioni.

Quali aspetti del progetto ritenete che siano maggiormente impattanti per le comunità locali? Quali invece sono maggiormente impattanti per voi?

Per le comunità sicuramente il miglioramento qualitativo, e quindi quantitativo, per ettaro: più loro valorizzano le piantagioni, più riescono ad aumentare la resa, quindi la quantità e la qualità di materia prima prodotta, in questo caso il cacao, raggiungendo un prezzo migliore che darà maggiore stabilità economica alle famiglie. Con questo progetto, poi, attraverso Maquita abbiamo escluso gli intermediari commerciali, quelli che comprano il prodotto dai piccoli contadini a prezzi irrisori per poi rivenderli al doppio. Il progetto vuole rendere i campesinos più consapevoli del valore del loro prodotto sul mercato, consentendo loro di diventare autonomi. Dal nostro punto di vista, invece, è molto importante il controllo della qualità e della filiera. Come Loacker abbiamo sempre fatto scelte che rispettassero la naturalità e sostenibilità del prodotto. Progetti strutturati come quello Made in Dignity ci permettono di conoscere i nomi dei nostri agricoltori, di visitarli, di sapere da chi arriva la fava di cacao, dove va e soprattutto sappiamo cosa facciamo per le comunità e siamo in grado di raccontarne gli impatti. 

Quali aspetti del progetto ritenete che siano maggiormente impattanti per le comunità locali? Quali invece sono maggiormente impattanti per voi?

Per le comunità sicuramente il miglioramento qualitativo, e quindi quantitativo, per ettaro: più loro valorizzano le piantagioni, più riescono ad aumentare la resa, quindi la quantità e la qualità di materia prima prodotta, in questo caso il cacao, raggiungendo un prezzo migliore che darà maggiore stabilità economica alle famiglie. Con questo progetto, poi, attraverso Maquita abbiamo escluso gli intermediari commerciali, quelli che comprano il prodotto dai piccoli contadini a prezzi irrisori per poi rivenderli al doppio. Il progetto vuole rendere i campesinos più consapevoli del valore del loro prodotto sul mercato, consentendo loro di diventare autonomi. Dal nostro punto di vista, invece, è molto importante il controllo della qualità e della filiera. Come Loacker abbiamo sempre fatto scelte che rispettassero la naturalità e sostenibilità del prodotto. Progetti strutturati come quello Made in Dignity ci permettono di conoscere i nomi dei nostri agricoltori, di visitarli, di sapere da chi arriva la fava di cacao, dove va e soprattutto sappiamo cosa facciamo per le comunità e siamo in grado di raccontarne gli impatti. 

Guardando a un futuro in cui sempre più imprese si impegnano in progetti concreti per la sostenibilità, secondo voi possiamo immaginare un cambiamento radicale nelle filiere alimentari e nel modo in cui i consumatori percepiscono e acquistano i prodotti? 

Anche se le ricerche ci dicono che i consumatori sono sempre più consapevoli e attenti rispetto al tema della sostenibilità, il grosso problema, secondo noi, resta la comprensione di cosa sia realmente questa sostenibilità. Il consumatore finale spesso non riesce a capire e a distinguere le imprese davvero sostenibili da quelle che fanno greenwashing. Cosa sia la sostenibilità non è chiaro nemmeno a livello di normativa ed è così onere dell’azienda dimostrare cosa significhi “essere sostenibile”. C’è poi la tendenza a pensare alla sostenibilità solo come ambientale. Eppure tutelare l’ambiente – non solo limitando i pesticidi, ma anche ad esempio intervenendo sulla deforestazione, sulla pulizia dei fiumi o sull’utilizzo di acqua, che è un’altra tematica fondamentale per le coltivazioni – conduce a un impatto sull’individuo che in quelle zone vive, e alla lunga su tutti noi. Il timore per noi, e sarebbe anche la nostra grande delusione, è che questo grande movimento verso la sostenibilità sia un treno sul quale tutti vogliono salire e che quindi alla fine si diluisca il significato vero della sostenibilità. Progetti concreti come Made in Dignity, invece, dimostrano che si possono portare effetti reali e misurabili nel ridurre l’impatto ambientale e migliorare la condizione di vita delle comunità.

Guardando a un futuro in cui sempre più imprese si impegnano in progetti concreti per la sostenibilità, secondo voi possiamo immaginare un cambiamento radicale nelle filiere alimentari e nel modo in cui i consumatori percepiscono e acquistano i prodotti? 

Anche se le ricerche ci dicono che i consumatori sono sempre più consapevoli e attenti rispetto al tema della sostenibilità, il grosso problema, secondo noi, resta la comprensione di cosa sia realmente questa sostenibilità. Il consumatore finale spesso non riesce a capire e a distinguere le imprese davvero sostenibili da quelle che fanno greenwashing. Cosa sia la sostenibilità non è chiaro nemmeno a livello di normativa ed è così onere dell’azienda dimostrare cosa significhi “essere sostenibile”. C’è poi la tendenza a pensare alla sostenibilità solo come ambientale. Eppure tutelare l’ambiente – non solo limitando i pesticidi, ma anche ad esempio intervenendo sulla deforestazione, sulla pulizia dei fiumi o sull’utilizzo di acqua, che è un’altra tematica fondamentale per le coltivazioni – conduce a un impatto sull’individuo che in quelle zone vive, e alla lunga su tutti noi. Il timore per noi, e sarebbe anche la nostra grande delusione, è che questo grande movimento verso la sostenibilità sia un treno sul quale tutti vogliono salire e che quindi alla fine si diluisca il significato vero della sostenibilità. Progetti concreti come Made in Dignity, invece, dimostrano che si possono portare effetti reali e misurabili nel ridurre l’impatto ambientale e migliorare la condizione di vita delle comunità.

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Foto in pagina di Beatrice De Blasi