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Amaranto: bontà e storie da scoprire

Un nome sferico come i piccoli chicchi di questo “cereale” che nasconde tesori sconosciuti. A partire dai tempi precolombiani.

L’amaranto, questo sconosciuto. Scopriamolo. Partiamo dal gusto. Ha un sapore rotondo e ricco, che ricorda vagamente la nocciola. Ha proprietà nutritive eccezionali, soprattutto a livello proteico. E’ altamente digeribile. Sano e buono.
Ne esistono oltre 60 varietà classificate. Ha una storia millenaria. E’ anche una pianta ornamentale che forse qualcuno ricorda avere visto in campagna o in qualche giardino: alta, anche un metro, con grandi foglie verdi-rossastre e con un’infiorescenza a forma di piccola pannocchia di un colore rosso magenta.
E il grano di amaranto? Pochi di noi lo hanno assaggiato: il classico caso di un cibo illustre e sconosciuto.

 

L’etimologia, la mitologia, la letteratura (occidentale)

La parola amaranto ha etimologia greca (ἀμάραντος) e significa che non appassisce, che non muore.
La pianta era nota alle civiltà classiche per la rossa bellezza e la lunga vita del suo fiore. I greci la consideravano simbolo di amicizia eterna. Esopo gli dedicò una delle sue Favole a sfondo morale, “La rosa e l’amaranto”. Pare fosse tra le piante sacre alla dea Artemide. Anche ai romani era noto per bellezza e durevolezza. Plinio il Vecchio (23 a.c. – 79 a.c.) lo nomina nella sua “Naturalis historia” citandolo come pianta che non muore mai. I suoi fiori, infatti, una volta raccolti, e persino appassiti, riprendono vigore se immersi in acqua, durando molto a lungo.
L’amaranto affascinò anche John Milton (1608-1674), il celebre letterato inglese dell’epoca post-shaskspeariana, che nel suo capolavoro “Paradise Lost”, cita l’amaranto come simbolo di immortalità (Paradise Lost, Libro III).
Si trattava sempre del fiore. Non si hanno notizie sul consumo alimentare europeo del grano.
Anche oggi viene coltivato solo come fiore da giardino. E nel linguaggio dei fiori significa amicizia eterna.
In Centro e Sudamerica, l’amaranto ha tutta un’altra storia.

L’amaranto, misterioso gemello del mais

Siamo tra il 5000 e il 3000 a.c. In quelle che oggi sono terre messicane. Qui vivevano le antiche popolazioni originarie, già duemila anni prima di maya e aztechi. Immaginiamo.
Guardiamo il paesaggio.
Vediamo, divisi in tanti appezzamenti, una miriade di campi. Coltivavano fagioli. In decine di varietà differenti. Peperoni e peperoncini, anche questi in decine di cultivar. E ancora zapotes, frutti dalla buccia rugosa, marrone e dalla polpa arancione acceso: gustosi, polposi, nutrienti.
E poi la chia, che dava semi simili a quelli di lino che venivano utilizzati per impasti, bevande, oli. Ma soprattutto, ovunque, il mais. Nei secoli successivi il mais divenne un cereale sacro, adorato e raffigurato come divinità. Ma era soprattutto cibo quotidiano irrinunciabile per i campesinos precolombiani.
E anche per i messicani di oggi. Che con il mais fanno il loro pane quotidiano, la tortilla. La stessa di allora.
Il mais è un filo rosso rimasto intatto attraverso i millenni. Ma c’è anche un secondo filo. Meno noto. Nascosto, quasi. Si chiama amaranto. Altri campi. Ancora coltivazioni. Al pari del mais c'era solo l’amaranto. Erano le due coltivazioni principali, a pari merito.
Oltre che in Messico, anche nell’attuale Perù, studi archeologici hanno attestato presenza massiccia ed utilizzo quotidiano di amaranto. Veniva coltivato in modo diffuso ed era parte irrinunciabile della dieta quotidiana. Se ne consumavamo le foglie, simili agli spinaci. Ma soprattutto il grano.

 

L’amaranto sulla tavola messicana di 5000 anni fa

Con il grano di amaranto si preparava una bevanda molto nutriente dolcificata con miele. Atole di amaranto.
Si ammollava e pestava per farne tortillas o tamales. Il suo utilizzo era sovrapposto e complementare al mais. Era fondamentale nella povera dieta di coloro che spesso vivevano in zone montuose, afflitte da siccità.
Se pensiamo al suo importante valore in proteine, fibre e minerali, non è esagerato dire che il suo consumo era essenziale per queste popolazioni e per le seguenti: olmechi, zapotechi, maya e, per ultimi, gli aztechi che riunirono sotto il loro impero tutti i resti delle civiltà precedenti. Che la coltivazione dell’amaranto fosse davvero importante lo dicono antichi documenti che attestano come fosse uno dei tributi più richiesti alle provincie dall’ultimo grande sovrano azteca, Moctezuma.
L’alimento era per loro talmente importante per la vigoria del corpo che, anche più del mais, divenne alimento sacro.
Era anche pianta medicinale. In tempi contemporanei la dieta quotidiana in Messico è ancora basata su mais e fagioli mentre l’amaranto è scomparso.

La sacra bontà degli aztechi

Lo chiamavano huauhtli, in lingua nahuatl, la lingua del periodo precolombiano, divenuta quasi lingua franca allora e ancora oggi parlata da molte comunità originarie in Messico e Guatemala.
Il huauhtli (amaranto) era centrale nelle cerimonie di ringraziamento degli dei che sovrintendevano al raccolto ed alle piogge. Dei che avevano nomi rotondi come chicchi di amaranto: Tlaloc, dio della pioggia; Ehécatl, dio del vento; Xochiquetzal, dea di fiori e fertilità; Xipe Tótec, dio della primavera e della germinazione dei semi; Xiuhtecuhtli, dio della continuità della vita e del cibo in tempi di carestia…
Così come facevano, e ancora oggi fanno con il mais, le donne ammorbidivano l’amaranto cuocendolo in acqua, lo trituravano con il metate e lo poi impastavano. A mano. Per fare tortillas o tamales.
Nei giorni prestabiliti, con la pasta di amaranto, arricchita di miele, modellavano idoli di grandezza umana e con le sembianze degli dei, a cui venivano poi offerti.
Erano sculture di amaranto. Durante le cerimonie venivano inneggiate e poi spezzettate e distribuite ai presenti in modo da condividere la forza che rappresentavano.
A volte prima di essere consumate venivano cosparse di sangue, quello di sacrifici umani.
Questi riti appaiono forse terribili. Per noi lo spargimento di sangue ha altre allocazioni.
Ma per comprendere, è necessario modificare le categorie mentali.

Per gli aztechi il tempo non era una misura astratta e senza contenuto proprio, ma qualcos’altro di molto concreto. Una forza, sostanza o fluido che si disperde si consuma. Da qui la necessità di riti e sacrifici destinati a rinvigorire l’anno o il secolo (…), il tempo - anzi esattamente i tempi-. Qualcosa di vivo che nasce, cresce, decade e rinasce in una successione che ritorna. Un tempo finisce; un altro ritorna.

Così scrive Octavio Paz (1914-1998), grande intellettuale messicano, Nobel 1990 per la letteratura, nel suo magistrale saggio sulla “messicanità" Il labirinto della solitudine.
Nel contesto descritto la vita umana aveva un valore solo in relazione all’equilibrio cosmico. Contava l’armonia e non l’individualità.
Il sacrificio di una vita era un’azione centrale nel rispettare ed alimentare il movimento circolare di un tempo “vivo”.

 
 
 
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