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30 Jul |
creato da maria
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30/07/2009 10:25
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Si sa, una delle cause della crisi finanziaria mondiale dell’anno scorso, con conseguente impennata dei prezzi delle materie prime, è stato il deprezzamento del dollaro rispetto a molte altre monete.
Gli scambi internazionali avvengono di preferenza in dollari, che è la moneta “di riserva” , e anche i listini di borsa sono spesso espressi in dollari. Se il dollaro si deprezza rispetto – per esempio – al real brasiliano, i produttori di caffè brasiliano chiederanno un prezzo maggiore in dollari, per non perdere potere d’acquisto in valuta locale (infatti, se a luglio 2006 per la vendita del caffè a $ 170/100 lbs i produttori ricevevano Reals 371, nello stesso periodo del 2007 quella stessa cifra generava solo 316. Per avere quegli stessi 371 Reals e mantenere il guadagno sullo scambio internazionale bisognava chiedere dunque $ 193) . Questo di fatto è quello che è successo già nel 2006 – 2007, quando la spirale inflazionistica sui prezzi dei beni agricoli ha cominciato a crescere.
Oggi, i 4 maggiori paesi emergenti (Cina, India, Brasile e Russia) chiedono di avere un’altra moneta di riserva oltre al dollaro. Ovviamente sono interessati ad escludere spirali del tipo appena descritto, ma non è tutto.
Per decenni il dollaro è sembrato inattaccabile, ed ha svolto la funzione che aveva l’oro nel Gold Standard, di “bene rifugio” . Per decenni il Governo di Washington ha fatto pagare le sue manovre di Welfare agli investitori internazionali, con un complesso meccanismo macroeconomico. Per anni tutti i paesi in economia aperta allo scambio sono stati costretti a detenere ingenti riserve in dollari, al punto che negli ultimi anni alcuni di questi paesi hanno deciso di investirli con i c.d. Fondi Sovrani, a tutti gli effetti fondi governativi investiti nelle più disparate attività economiche. Tutto ciò ha creato un sistema difficilmente sostenibile, che ha rischiato il tracollo nei mesi scorsi.
Quello che si rischia ora però è che siano un’altra volta gli scambi commerciali a guidare le danze. Le 4 potenze emergenti chiedono infatti «la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali per
riflettere i cambiamenti nell'economia mondiale». Questa richiesta significa sostituire il dollaro con un’altra moneta di riserva, secondo le aree di influenza, probabilmente. L’alternativa sarebbe la creazione di una moneta sovranazionale da utilizzare per gli scambi, eliminando così il meccanismo macroeconomico di cui sopra.
Gli USA dal canto loro non mollano, il portavoce della Casa Bianca Gibbs ha espresso la sua opinione alla richiesta dei 4 emergenti con un laconico «Il dollaro rimarrà la principale valuta di riserva mondiale» .
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Crisi alimentare
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21 Jul |
creato da maria
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21/07/2009 12:19
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Le reazioni della stampa straniera alle discussioni dell’ultimo G8 sembrano suggerire l’inutilità del consesso degli 8 “Grandi” della Terra, e l’esistenza di un “buco” nelle organizzazioni internazionali che potrebbe accogliere – se ce ne fosse la volontà – un istituto che gestisca in modo armonico e complessivo lo sviluppo economico mondiale.
Le istituzioni già esistenti non hanno infatti mandato per decidere in modo imparziale del destino comune. Il Fondo Monetario Internazionale ha come scopo “la cooperazione monetaria, la stabilità finanziaria, la promozione del commercio internazionale, l’aumento del livello di impiego e della crescita sostenibile, la riduzione della povertà” . In questo ampio core business ci sono già indicazioni chiare su cosa è “meglio per tutti” (l’aumento dei flussi commerciali, del livello di impiego e della crescita) che “il pianeta” non ha avallato in modo formale. A questi paradigmi sono arrivate critiche provenienti da fonti preparate che sono state largamente ignorate, proprio perché non c’era un soggetto decisorio a cui indirizzarle.
In questa stessa direzione vanno tutte le altre grandi istituzioni finanziarie come la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale per il Commercio e anche l’Unione Europea, nei suoi rapporti con le ex-colonie , tutte operano dando per scontato quanto sopra descritto, senza domandarsi realmente se sia l’unico modello possibile e soprattutto se sia in effetti funzionante.
I paesi africani che avevano fatto fallire il Doha Round - cercando di arginare e forse prevenire la crisi alimentare di questi ultimi due anni - sembrano anch’essi essere stati inghiottiti dal paradigma del pensiero unico in tempi di crisi, e ad oggi la proclamata necessità del Doha Round scorrazza liberamente nelle dichiarazioni di eminenti personalità, spacciato per la panacea contro tutti i mali dell’agricoltura, nonostante le critiche che gli sono state mosse, senza che nessuno possa intervenire per proporre una valutazione equilibrata dei pro e dei contro.
Abbiamo quindi bisogno di un’altra istituzione - seppure stabilita sulla scorta di criteri più obiettivi e rigorosi, e sul principio di condivisione di un bene comune? Oppure sarebbe sufficiente la modifica dei principi che regolano ad oggi l’economia mondiale? Una loro democratizzazione, l’abbattimento delle difese dello status quo di alcuni a spese di altri?
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Crisi alimentare
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20 Jan |
creato da maria
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20/01/2009 15:54
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Il “gioco” – come viene chiamato – in Borsa è un’usanza vecchia di secoli. Il meccanismo di decisione basato su regole empiriche che domina i mercati e le loro regole non avrebbe nessuna accezione negativa, se non fosse che alcuni dei titoli che vi sono quotati determinano quanto pagheremo il pane, il caffè, l’elettricità o qualsivoglia altro bene di consumo. Tali titoli quindi assumono un valore o un altro a seconda di quanto ha deciso di guadagnarci qualche mago della finanza. E il conto arriva ovviamente a chi quei beni li deve comprare.
E soprattutto tali titoli sono quelli che determinano la sopravvivenza o meno di intere comunità, regioni, paesi. Ai produttori di caffè di Oaxaca, affiliati alla Cooperativa Uciri o ad altre, non è andata molto bene l’anno scorso: nonostante i prezzi del caffè in crescita loro non ci hanno guadagnato. A causa della spietata concorrenza degli acquisti "una tantum" degli intermediari locali, a causa dell'incertezza che si respirava sui mercati e che rendeva impossibile prevedere i flussi di cassa, a causa anche dei costi crescenti dei beni di consumo necessari alla produzione (benzina e fertilizzanti in primis) .
Considerato che nemmeno i consumatori hanno guadagnato nulla dagli aumenti dei prezzi di caffè al bar, né ci hanno lucrato i piccoli torrefattori, che hanno rischiato la bancarotta, dovendo pagare la materia prima quasi il doppio del previsto, viene da chiedersi CHI ha incamerato i milioni di euro scaturiti dalla bolla finanziaria sulle Commodities.
Ovviamente gli operatori più furbi e meglio informati, che hanno teso il trappolone finanziario e poi hanno solo dovuto aspettare che il pesce-piccolo-investitore abboccasse.
Il sistema del commercio internazionale, cioè, sembra aver perso la sua primigenia natura di metodo di integrazione tra le economie al fine di raggiungere un equilibrio economico duraturo, di rendere disponibili le merci nel tempo e nello spazio, per connotarsi come un sistema di creazione di strumenti finanziari che di questo commercio si alimentano, usandone la sostanza, per costruire castelli di guadagni e perdite di cui si sconterà solo il saldo.
Se tutto ciò riguardasse solo gli operatori finanziari, che a questo gioco si sono iscritti, sarebbero affari loro. Ma cosa succede se la crisi di Wall Street finisce per creare dei problemi anche a Main Street? Cioè, cosa succede quando la crisi finanziaria ha dei riflessi anche sull’economia reale? Secondo alcuni economisti la prova provata che questa crisi ha riflessi sull’economia reale si è avuta qualche settimana fa, quando la Reserve Management Corporation (società statunitense di fondi di investimento che raccoglie il risparmio delle famiglie americane, e che ha capitali per 3500 miliardi di dollari) ha dichiarato che uno dei suoi fondi aveva “rotto la parità con il dollaro” . Insomma, i signori di Wall Street si sono accorti che la crisi ce l’hanno passata, come un virus influenzale. Alla buonora, noi erano mesi che starnutivamo!!
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Crisi alimentare
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15 Jan |
creato da maria
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15/01/2009 09:19
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Il mese di gennaio è molto importante, finanziariamente parlando. Lo S&P 500 – l’indice di Borsa che raggruppa l’andamento delle 500 aziende a maggiore capitalizzazione quotate negli USA – si è chiuso a fine anno attorno ai 900 punti. Se alla fine del mese di gennaio avrà un valore superiore, tutti (o quasi) gli investitori ne dedurranno che l’anno 2009 segnerà una ripresa dei mercati e dell’economia. Sennò tutti (o quasi) finiranno per scommettere in un andamento negativo.
Quello sopra descritto è il cosiddetto “january effect” (cfr. “Gli operatori si aspettano mercati ancora nervosi” , Il Sole 24 Ore, 5 gennaio 2009, pagina 17) , regola empirica che si basa sull’osservazione dei listini degli ultimi decenni. Detto in parole povere, siccome negli ultimi decenni è sempre successo che un gennaio in rialzo abbia voluto dire un anno in rialzo, allora sarà così anche in futuro.
Probabilmente il fatto che gennaio segni il ritorno alle attività, la partenza di nuovi progetti, rende più comprensibile il ruolo di cartina tornasole dell’andamento sull’anno. E’ anche vero però che quanto sopra descritto sottintende una logica simile a quella di alcuni detti popolari, come quello che vuole che “se piove il giorno di San Gallo (il 16 ottobre) pioverà fino a Natale” .
Richiama anche vagamente un qualche influsso di Urano in trigono con Plutone a motivare i continui guai della Vergine con la Polizia Municipale, a volerla buttare sul sarcastico.
Scherzi a parte, quello che ha un po’ meno senso è il fatto che moltissimi operatori di Borsa basino le loro decisioni su regole empiriche, agendo meccanicamente al raggiungimento di un certo prezzo o andamento, spostandosi da un investimento all’altro, da una tendenza all’altra come facessero tutti parte di uno stesso “stormo” che vira seguendo la rondine capo per migrare in autunno. Questo meccanismo consente agli operatori finanziari più furbi, o meglio informati, di costruire le cosiddette bolle speculative: proprio su questo spostamento di masse infatti si basano questi costrutti. Si creano ad arte dei messaggi sui mercati perché la massa degli investitori riconosca una “figura” su di un grafico, un valore raggiunto da un certo indice statistico, e vada esattamente in quella direzione, perfettamente prevedibile, comprando o vendendo un particolare strumento finanziario.
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